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Fatta salva la Punta

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di Mauro Gentile

La Punta della dogana è salva. Ci ha pensato un francese famoso, ormai veneziano per diritto di euro. Ha commissionato un progetto ambizioso ad un architetto giapponese celeberrimo, per inserirvi parte di una collezione prestigiosa divisa, in città, con l’altro palazzo, anch’esso distinto da un passato recente di grande gloria espositiva. In questa storia tutto potrebbe essere inserito nell'ordine dei superlativi. Un mecenate, un grande orientale ed essenziale compositore di forme, una sede che ha esposto la storia, investita da una valanga di cose costose, la rinascita di un esperimento veneziano tra i più affascinanti, che triangola il bacino di San Marco, fa quadrato con il convento dei padri Somaschi chiudendo in cerchio con la chiesa della Salute. Un’opera unica composta per Venezia, nel punto dove la chiesa votiva schiaccia la testa del grande serpente d’acqua che la città unisce. Serve un rapido giro esterno per ammirare quel tipo di pietra d’Istria (che non si trova più), ritornata finalmente bianca; i mattoni ed i motivi sistemati con garbo nell’averne salvato ed armonizzato la perfetta tessitura; gli ampi portali chiusi con l’eleganza orientale del motivo intrecciato che tanto sarebbe piaciuto a Carlo Scarpa. Un momento in punta alla riva ed un appunto concedibile di disappunto, quando capisco che il ragazzo col rospo di Charles Ray, per un po’ ci ha soffiato il punto di vista migliore per osservare la laguna intorno.

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L’ingresso prima di entrare, al solito delude, ma è funzionalmente esatto con il percorso per i bagni a destra. Il basso soffitto prepara uno dei giochi graditi a chi ha pensato quello spazio: il momento di raccoglimento e disbrigo delle formalità, prima dell’esplosione di volume e luce garbata che non dovrebbe essere mediato da un’opera da attraversare: dissimula, ondeggia e fa rumore, facendomi ritornare alla mente scene familiari dei meravigliosi anni settanta. L’involucro di quel volume è bellamente conservato, consequenziale nella vibrazione della materia riconoscendo una delle poche concessioni fatte all’architetto giapponese, forse più retoriche che altrove, nella scala in calcestruzzo che introduce al soppalco,  che taglia un volume in calcestruzzo con funzione di ascensore e derivazione impiantistica. Il pavimento salva ed unisce come estremizzazione a grana uniforme di quanto è già tradizione nei palazzi della città. Tra il sopra ed il sotto commuove la muratura provata dal tempo dove le efflorescenze saline, impossibili da fermare, accentuano la magia di raccordo dei molti periodi che la superficie oggi consente di leggere. Un‘armonia della terra cotta che sale alla luce con variazioni minime e dove il cavallo decollato due volte pare aver trovato idoneo contesto tonale. Il percorso si snoda tra legni vecchi e nuovi che sposano i mattoni uniti dai pavimenti omogenei dove il calcestruzzo esalta, opaco e perfetto, ciò che il linoleum deprime nel grigio un po’ lucido, piegato nell’impronta della struttura sottostante. La corte interna in calcestruzzo, isola saggiamente i maestosi pilastri centrali, ma scarta rispetto alla trama delle capriate. L’insieme crea corretto disappunto perché il rigore dell’inserimento sparisce e le grandi tele in tono su toni di grigio non salvano l’episodio compiuto che qui introduce il secondo livello di svilimento del dettaglio rigoroso. Le architravi aggiunte alle aperture superiori della corte non sono in bolla, le basse schermature in legno laccato di grigio, tentano un accostamento impossibile con le superfici irregolari delle murature e le panche anch’esse laccate, dove la trama delle tavole emerge in quel fastidioso pressappochismo detestabile, effetto di un incollaggio non onestamente levigato. I serramenti sono altra cosa. Perfetti nel centinare di nuovo gli archi, consentono una vista inedita ed emozionante sulla Venezia intorno, pulita o mappata nella griglia quadrata dei cancelli che chiudono le aperture rettangolari a piano terra la cui trama riflessa a terra mi è negata dal giorno di pioggia.

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Due ore bastano a digerire le molte perplessità di questo viaggio, ma ragionando di parte, non sono completamente convinto che il risultato finale sia tutta colpa della progettazione. Recupero immagini ed articoli, notando in prima battuta che le riviste di settore non pubblicano le piante definitive dell’intervento, limitandosi a qualche schema funzionale, salvo poi inserire l’immagine di un plastico in cui si vede la sostanza del primo pensiero. Facile valutare come i rapporti tra l’involucro ed i nuovi contenuti di costruzione dello spazio, fossero forse più consoni ed interessanti rispetto al realizzato, in un contrasto più marcato ed esteso tra le superfici verticali esistenti e di progetto, dove la luce dall’alto avrebbe forse generato un interno teso e contemplativo, destinando alle connessioni tra le sale quel gioco pulsante di dilatazione e restringimenti che introducono alla pausa dell’occhio e della mente, concedendo giusti momenti di tregua al visitatore. Il costruito appare come la mediazione snervante di richieste e di esigenze date e prese da più fronti, con un atteggiamento consueto per Venezia, volto all’assoluto preservare, non considerando che forse la ragionevole flessibilità è insita nella funzione di questa macchina da quando è nata. Peccato a metà.