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Sarah Thornton – “Il giro del mondo dell’arte in 7 giorni”

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di Elena Dal Bò

il_girocop

Qual è la prima cosa che colpisce di un libro di cui ignorate la trama, forse ancora prima che il titolo? La copertina.

In questo caso nessuna copertina è più adatta di quella utilizzata da Sarah Thornton. E’ rappresentata, infatti l’opera “senza titolo” di Maurizio Cattelan (2007), che altro non è se non un cavallo tassidermizzato, piantato su un muro in alto, in modo che ne esca tutto il corpo tranne la testa, appoggiato al muro stesso come se stesse invece  curiosando al di là (interessante, infatti è che la testa, pur non essendoci, in realtà sembra esserci)… Ed ecco la genialità nella scelta di questa copertina: quella “non testa” siamo noi lettori, siamo noi quelli che possono, grazie a questo libro, dare una sbirciatina.

L’autrice, nella prefazione, si descrive come un “felino furtivo”, una sorta di “ladro di informazioni gentiluomo” per capire meglio i diversi meccanismi che fanno diventare, o prima o dopo, un’opera d’arte, tale. Divide il libro in 7 step. Sette giorni per fare tutto il giro, ci preannuncia nel titolo. Il 7, cercandone il significato simbolico, rappresenta l’equilibrio perfetto e un ciclo compiuto e dinamico, esattamente come questa lettura. Si inizia con “l’Asta”, in cui l’autrice ci catapulta in quella che pare in tutto e per tutto una rappresentazione teatrale, con tanto di primi attori (le opere messe all’asta), i coprotagonisti (i battitori)  e le varie comparse (giornalisti e curiosi). Questo dell’asta lo potremo definire come il tempo del tutto e subito, frenetico, compulsivo. Poi ci fa tornare alunni ne “il Seminario”, occasione per imparare ciò che ancora non sappiamo e perché no, anche per insegnare ad altri ciò che invece già conosciamo, perché, come cita l’autrice, “a prescindere dal livello in cui si trova, ogni artista è convinto di possedere un grande talento e che il successo sia proprio dietro l’angolo”. Questo del seminario, rappresenta il tempo sospeso dell’attesa, in cui c’è ancora spazio per noi stessi, per la creatività di ciascuno. Poi ci conduce attraverso “la Fiera”, un’occasione per ricchi e ricchissimi di dare aria al proprio portafogli. L’autrice spia i momenti cruciali degli allestimenti dei vari stand, ci fa ascoltare conversazioni più o meno private,alcune comiche altre grottesche , che intercorrono tra allestitori ed artisti che seguono ogni movimento come stessero arredando  la loro casa; insegue senza far troppo rumore i compratori che sembrano attraversare le navate di una chiesa, tanto sono impegnati e raccolti in un (poco) religioso silenzio. Questo della fiera scandisce il tempo di “un concerto jazz in cui tutti improvvisano per conto loro, con una scimmia ubriaca al controllo del mixer”, tanto è una quiete fittizia. Il “Premio”ci fa mettere il vestito buono e ci fa chiedere se la decisione finale, la premiazione, sia effettivamente meritata, ponendoci più domande di quante siano le risposte. Riusciamo a capire quanto via via, negli anni, i riconoscimenti vadano di pari passo con lo scandalo che quell’opera ha suscitato. Questo del premio lo potremo definire come il tempo della rassegnazione, visto da fuori; come il tempo della trepidazione, visto invece dalla parte degli artisti giunti in finale. Poi si giunge alla “Rivista”, momento caotico del libro, dove accanto ad editori che “vestono solo di colori primari”, troviamo un gruppo di persone che con un punto di vista possibilmente più indipendente possibile, danno “vita eterna” ad un’opera, inserendola nelle riviste, appunto, più rinomate del mondo. Questo della rivista è il tempo convulso, massacrante fino allo sfinimento, delle riunioni che si tengono di notte per non perdere tempo prezioso che si può utilizzare invece durante il giorno. Dove un “mi piace, mettiamolo” decreta il quasi assodato successo di una determinata opera, e che richiede un gran senso di responsabilità. Lo “Studio” ci fa conoscere un po’ meglio Takashi Murakami, eccentrico artista giapponese famoso, tra l’altro, per The Oval Buddha, un autoritratto in platino alto 5 metri e mezzo. Scopriamo in questo step che Murakami non è praticamente mai presente alla realizzazione delle proprie opere, ma che si fida e si affida quasi esclusivamente a dei collaboratori, per lo più giovani, che hanno il compito di portare a termine il suo lavoro, in un clima di purtroppo reale terrore allo stato puro quando egli è presente, o con la solitaria compagnia dei loro iPod o in perfetta assenza di suoni. Però poi lui, alla fine, li nomina uno ad uno, per ringraziarli, sul retro delle proprie tele, ed è uno dei pochi artisti che desidera lanciare le carriere dei suoi collaboratori. Questo dello studio è il tempo dell’attesa, ma allo stesso modo della creazione e del parto. E’ un tempo vivo, creativo, scandito da passato e presente e che guarda ammiccante verso il futuro. Ci porta poi a Venezia, città di cui l’autrice è evidentemente innamorata, con le sue calli e il suo essere artistica nel più stretto senso del termine, alla “Biennale”. La mostra, anche se è riduttivo chiamarla così, ambisce a catturare il meglio delle tendenze artistiche e diventa teatro per chiunque la visiti, che di conseguenza ne diventa l’attore principale. Seguiamo da vicino il dietro le quinte di questo vero e proprio impianto scenico e restiamo ora incantati, ora stupiti, da quanto trambusto ci sia, è proprio il caso di dirlo, “dietro alle quinte”. Questo della biennale è il tempo cristallizzato, in cui le opere, le installazioni, aspirano a diventare immortali, ad entrare negli occhi di chi le guarda e lì rimanervi per sempre…

La Thornton ci porta in questo viaggio senza rete utilizzando un linguaggio scorrevole, e ci fa spiare il tutto dal buchetto della serratura.

Last Updated (Friday, 17 December 2010 13:33)